Quando si parla di marmo, non si può non pensare subito all’Italia, dove le formazioni marmifere sono sparse un po’ ovunque. La tipologia più conosciuta all’estero è sicuramente il Bianco Carrara, estratto dalle cave nelle Alpi Apuane, nel Centro Nord Italia. Questa, per varietà e volumi estratti, è la zona più importante di tutta la Penisola (da qui arrivano anche il Calacatta e il Bardiglio), ma esistono tanti altri distretti da cui si ricavano molteplici tipologie di marmi: ad esempio dal Veneto proviene il Rosso Verona, dalla Liguria il Portoro, dalla Puglia la Pietra di Trani, dalla Sicilia il marmo di Custonaci, per citarne alcuni.

Pur essendo un materiale noto, il marmo nasconde anche molti segreti e alcune curiosità. Ve ne sveliamo otto, raccolti intervistando i maggiori esperti del settore tra design di prodotto e utilizzi in edilizia.

 

  1. Perché il marmo è così amato da architetti e designer?
    «Il marmo affascina perché riflette il bisogno di tornare al valore della materia che dura nel tempo», sostiene l’industrial designer Raffaello Galiotto.Margherita Ricciardi, titolare di Nice&Square, sostiene che «il marmo viene definito ricco di fascino perché è espressione della Natura: autentico e unico, non subisce gli effetti negativi delle mode, rimanendo così “senza tempo”».Il marmo è già lì, dentro le montagne, ma prende forma grazie all’opera dell’uomo che lo estrae, lo taglia, lo lucida.

 

Davide Turrini, ricercatore e art director Pibamarmi afferma invece: «Il marmo è portatore di qualità come la durata, ma è anche veicolo di nuove creatività formali, cromatiche e tessiturali. I marmi di Carrara e i travertini sono le pietre più ricercate perché rimandano a valori di pregio e di radicamento nella storia, consolidati e universalmente riconosciuti», continua.

Ma da un sondaggio aperto su Houzz, scopriamo che i professionisti apprezzano molto anche il Rosso Verona, il Calacatta, il Portoro e il Travertino.

  1. Come sono cambiate le tecniche di estrazione e trasporto?
    «Le tecniche di escavazione documentate a partire dall’epoca dei Romani si basavano sullo sfruttamento delle principali linee di fratturazione presenti nel marmo – spiega il dott. Giovanni Massa del Centro di GeoTecnologie – Università degli Studi di Siena; utilizzando martelli e scalpelli metallici venivano eseguiti nella roccia dei tagli a trincea (caesurae) che successivamente venivano allargati per mezzo di cunei di ferro o legno colpiti mediante mazze fino all’apertura del taglio».Nel XVIII secolo, grazie all’introduzione dell’esplosivo (polvere nera) fra le tecniche estrattive, le operazioni di scavo vengono velocizzate di molto.
    Per arrivare a un notevole aumento di produzione di materiale bisogna aspettare i macchinari introdotti nel XIX secolo, come il filo elicoidale, che permetteva di tagliare contemporaneamente più blocchi.

 

«Ma la vera rivoluzione in cava accade circa un trentennio fa, con l’introduzione di moderne tecniche di taglio basate sull’utilizzo del filo diamantato e lame a catena diamantate, azionate da potenti macchinari capaci di lavorare sia in piano, sia secondo angoli prestabiliti», conclude Giovanni Massa.

Per quanto riguarda il trasporto, all’epoca dei Romani i blocchi di marmo venivano condotti a valle in due modi: facendoli rotolare in discesa libera dalla montagna (metodo poco sicuro e che danneggiava molto il materiale) oppure trasportandoli su una lizza, una slitta di legno trattenuta da grossi cavi (da cui il termine lizzatura che indica il processo di trasporto). Queste slitte venivano trascinate lungo delle strade costruite appositamente per questo scopo; ancora oggi, le cosiddette “vie di lizza”, sono visibili lungo i versanti delle Alpi Apuane.

Il sistema della lizzatura è stato praticamente abbandonato solo nel secondo dopoguerra, con l’arrivo dei mezzi pesanti su gomma.
Fondamentale, per facilitare il commercio del marmo e la crescita della domanda, fu la diffusione della ferrovia.

  1. Chi sono i maggiori importatori di marmo italiano?
    Tra materiali lapidei grezzi, lavorati e semilavorati, il valore complessivo delle esportazioni nel 2015 ha raggiunto 3,2 miliardi di euro – dato rilevato dall’Osservatorio Marmomacc (piattaforma di promozione globale del business e della cultura legati alla pietra naturale) e da Confindustria Marmomacchinesu base Istat (l’istituto Nazionale di Statistica italiano).Gli Stati Uniti si confermano il paese con più domanda di prodotti lavorati e semilavorati, seguiti da Germania, Svizzera, Regno Unito e Francia. In aumento sono anche le richieste dal Medio Oriente, come Emirati Arabi e Arabia Saudita. Nonostante tutto, tengono anche le esportazioni verso il mercato russo.Cina e India, invece, sono i principali mercati per l’esportazione di prodotto grezzo.

L’Italia esporta in ben 140 paesi. Questo successo è dovuto «al know-how italiano nella trasformazione della pietra, nella produzione di tecnologie di lavorazione, nell’innovazione e nel design; questo è il valore aggiunto che ci rende competitivi in tutto il mondo». Così afferma Maurizio Danese, Presidente di Veronafiere – l’Ente che organizza Marmomacc, importante evento fieristico che presenta le novità del “sistema” marmo a tutto tondo (non vi è una mera esposizione di blocchi o lastre di materiale, per intenderci).

 

4. Da cosa dipende la purezza del colore o le molte venature?
A questa domanda tecnica ci ha risposto il prof. Luigi Carmignani, ordinario di Geologia Applicata dell’Università degli Studi di Siena.
«I marmi, come tipologia di roccia, sono presenti in aree geografiche differenti in varie zone del mondo, ma le caratteristiche estetiche di colore e ornamentazione rendono ogni tipologia marmorea praticamente unica e tipica dell’area in cui viene estratta. In alcuni casi queste caratteristiche possono essere così particolari da rendere il materiale, a parità di area geografica, esclusivo della sola cava in cui è stato estratto».

Per quanto riguarda colore e venature, il prof. Carmignani spiega: «I caratteri litologici e mineralogici che definiscono il colore e quindi la “purezza” e il disegno delle diverse tipologie di marmo dipendono da molti fattori: in particolare il colore risulta spesso un fattore discriminante e, nei marmi, è in genere dovuto alla presenza, più o meno abbondante, di minerali omogeneamente diffusi all’interno della roccia o concentrati. Microcristalli di ematite (colorazione dal rosa pallido al rosso mattone), clorite (da verde chiaro a verde scuro), pirite microcristallina (da grigio chiaro a grigio scuro), ecc.

Al contrario, la totale assenza o presenza in minime quantità dei minerali appena descritti, conferisce ai marmi il tipico colore da bianco perlaceo al bianco puro, poiché costituiti essenzialmente da calcite, che rappresenta il costituente principale della roccia».

 

«Il disegno, ossia gli ornamenti che ben possiamo apprezzare sulla superficie di una lastra di marmo lucidata, è definito dalla dimensione, forma, orientamento e disposizione di inclusioni di materiali differenti – continua Carmignani – e dalla distribuzione spaziale delle venature e dal colore che queste possono assumere in base al differente contenuto mineralogico».

 

  1. Esiste un marmo leggero?
    Ogni marmo ha un peso specifico diverso, ma rimane il fatto che la sua “mole” è un pregio, non un difetto.
    Il discorso cambia se si desidera produrre oggetti con forme e caratteristiche che il marmo massello non permetterebbe di fare.Margherita Ricciardi di Nice&Square ci ha raccontato nel dettaglio il progetto Stonewave, un sistema coperto da brevetto che risponde proprio a queste esigenze.
    Questo prodotto si compone di una struttura super leggera in alluminio costruita nella forma desiderata e rivestita in marmo lavorato a listelli e poi rifinito a mano. È quindi più leggero di 1/3 rispetto al marmo massello, è più versatile e grazie al supporto è molto robusto e resistente alla flessione: si possono infatti raggiungere lunghezze fino a 4 metri senza giunture. Infine è anche ecosostenibile, in quanto il marmo impiegato proviene dal recupero di materiale risultante dalla lavorazione delle marmette (mattonelle o piastrelle spesse 1 cm) prodotte industrialmente.Con lo Stonewave si possono realizzare lavabi, piatti doccia, vasche, top cucina, tavoli e mobili per il living.

 

  1. Come si è evoluta la lavorazione delle superfici di marmo?
    «La lucidatura, per moltissimi materiali lapidei, è solo una delle possibilità di finitura: oggi è divenuta una scelta precisa più che una tradizione da seguire», sostiene Alberto Bevilacqua, CEO di Lithos Design, azienda fra le prime (già nel 2007) a credere nel potenziale della decorazione a rilievo dei rivestimenti in marmo.Grazie alle macchine a controllo numerico (CNC), oggi è possibile realizzare interventi sulle superfici lapidee che fino a pochi anni fa erano inimmaginabili.«Questo ha portato alla svolta che oggi permette di parlare di design litico, di approccio industriale anche nella decorazione di questo materiale», continua Alberto Bevilacqua. «Si riesce ad ottenere ciò che manualmente non era possibile ottenere, creando un prodotto diverso e complementare rispetto a quello artigianale o artistico».

«Innanzitutto, la tecnologia permette di ottenere uguaglianza, precisione millimetrica e qualità costante nella lavorazione, elimina l’irregolarità che è caratteristica intrinseca della lavorazione manuale. Inoltre, rende possibile sviluppare nuove tipologie di prodotti, non realizzabili con tecnologie tradizionali».

«L’industrializzazione della lavorazione del marmo per l’architettura e la decorazione non è recente, ma le applicazioni più all’avanguardia della tecnologia CNC aprono scenari di possibilità del tutto nuovi, nello sviluppo di nuovi design di prodotto e nella possibilità di produrre in quantità con costi sostenibili e riduzione dello scarto».

 

L’industrial designer Raffaello Galiotto ha curato la mostra Marmo_2.0 Digital Design Evolution, organizzata durante la Design Week di Milano, 12-17 Aprile 2016.

7. È possibile fare sperimentazione con il marmo?
Lo abbiamo chiesto a Raffaello Galiotto, industrial designer esperto nell’utilizzo innovativo di questa pietra naturale.
«Da diversi anni mi dedico alla ricerca di nuove possibilità formali ottenibili con il marmo. Quando analizziamo antichi oggetti in pietra naturale, non solo ne apprendiamo l’era geologica, ma anche la tecnica di lavorazione. Io penso che sia necessario – anzi è un nostro dovere – usare mezzi che prima non esistevano: in questo modo registriamo la nostra contemporaneità».

«Credo che le nuove tecnologie siano una grande opportunità, sia per alleggerire la fatica dell’uomo, sia per creare cose nuove. Ad esempio una parte della mia ricerca è dedicata all’ottimizzazione del taglio sagomato, per creare delle forme di cui sia utilizzabile sia il positivo, sia il negativo. È un modo differente di progettare, che aiuta a ridurre gli scarti di produzione».

Dal 2014 Raffaello Galiotto è curatore del Padiglione Design e Architettura della fiera Marmomacc di Verona, all’industrial designer viene chiesto di mostrare che cosa si può fare con il marmo grazie alla tecnologia, spingendo i limiti fin dove è possibile. Questa ricerca e sperimentazione viene fatta per stimolare il mercato a fare innovazione con un materiale che risale a milioni di anni fa.

«È ancora tutto da inventare: il marmo offre delle possibilità esplorative incredibili, e più si “scava”, più si trova – in tutti i sensi!», commenta Galiotto.

Durante l’ultimo Salone del Mobile di Milano (aprile 2016), Galiotto ha dato vita alla mostra Marmo_2.0 Digital design evolution con il supporto di cinque aziende – Citco, Helios Automazioni, Intermac, Lithos Design, Marmi Strada: “cinque differenti sperimentazioni di altissima complessità e precisione con la materia litica, progettate con software parametrici e realizzate esclusivamente con macchine a controllo numerico, in un’ottica di recupero e riduzione dello scarto di materiale”.

Agave (in foto) è una scultura cilindrica cava, alta 3 metri, ottenuta da un blocco di marmo 80 x 30 x 2 cm. Il materiale è stato inizialmente tagliato in 10 lastre. Grazie alla tecnologia water-jet a 5 assi è stato poi possibile tagliare l’interno del blocco di marmo ricavandone tanti anelli. Un software di modellazione 3D ha gestito la forma finale, impilando gli anelli ottenuti in modo organico.

  1. Da dove arriva il marmo del Duomo di Milano?
    La cattedrale gotica simbolo della città meneghina è realizzata con il marmo di Candoglia; questo materiale, tutt’ora utilizzato per le opere di restauro, viene estratto da più di seicento anni sempre dalla stessa cava.

Nel lontano 1387 Gian Galeazzo Visconti, allora Duca di Milano, fondò la Veneranda Fabbrica del Duomo, lo storico ente preposto ai lavori di progettazione, costruzione e conservazione della Cattedrale.

Gian Galeazzo, per la costruzione del Duomo, decise di sostituire i mattoni di laterizio, tipici dell’architettura lombarda dell’epoca, con questo marmo “dolce”, dalle cromie bianco-beige screziate di rosa, estratto dalle Cave di Candoglia in Val d’Ossola, a ovest del Lago Maggiore.

A tal scopo cedette alla Veneranda Fabbrica l’uso delle cave e concesse che il marmo venisse trasportato gratuitamente fino a Milano attraverso le vie d’acqua. Il materiale, infatti, partiva da Candoglia e passava attraverso il fiume Toce, il Lago Maggiore, il fiume Ticino, il Naviglio Grande e arrivava a poche centinaia di metri dal Duomo grazie a un sistema di canali e chiuse. A partire dal 1920 il trasporto passa su strada.

Ancora oggi la Fabbrica gestisce l’intero ciclo del restauro del monumento, dall’escavazione del marmo nella Cava di Candoglia, alla sua lavorazione in Cantiere Marmisti, fino alla collocazione degli elementi architettonici e decorativi nel Cantiere Duomo.

Fonte : https-www-houzz-it-magazine-8-cose-che-non-sapevi-sul-marmo-italiano-stsetivw-vs70983068